Se l’organo c’è ma non funziona: perché il dolore neuropatico interpella il danno biologico

C’è un punto, nel ragionamento sul danno biologico, in cui il diritto e la medicina sembrano parlare due lingue diverse.
È il punto in cui il danno smette di essere visibile.

Siamo ancora, troppo spesso, prigionieri di un’idea implicita: che per esserci un danno serva qualcosa che “si veda”, una lesione, una frattura, una perdita di tessuto. Eppure la definizione stessa di danno biologico non parla di cicatrici, ma di integrità psico-fisica e di funzioni che non sono più quelle di prima.

Il dolore neuropatico mette questo equivoco sotto una luce impietosa.

Quando il sistema nervoso sensoriale funziona correttamente, trasmette informazioni. Quando è compromesso, non si limita a trasmettere male: produce segnali patologici. Dolore continuo, allodinia, iperalgesia. Non è un accessorio del danno, non è un’eco soggettiva. È l’espressione di un sistema che ha smesso di fare ciò per cui esiste.

E qui nasce la frizione culturale. Perché siamo abituati a pensare all’organo come a una struttura, non come a una funzione. Ma da tempo, nella pratica clinica e nella giurisprudenza più attenta, sappiamo che esistono organi che si manifestano solo attraverso ciò che fanno – o che non riescono più a fare. Il sistema vestibolare, quello cognitivo, quello neurovegetativo. Nessuno pretende di “vederli” per riconoscerne la compromissione.

Perché dovrebbe essere diverso per il sistema nervoso sensoriale?

Nel dolore neuropatico l’organo c’è, eccome. È integro, magari, sul piano anatomico. Ma è funzionalmente alterato. Non trasmette correttamente, non filtra, non modula. Produce dolore dove non dovrebbe produrlo. E questa alterazione invade la vita della persona in modo costante, non negoziabile: limita le azioni quotidiane, frammenta il sonno, condiziona le relazioni, obbliga a una continua riorganizzazione dell’esistenza.

Dire che questo non sia danno biologico significa ridurre la tutela della persona a una questione di visibilità.

Si obietta, talvolta, che il dolore neuropatico sarebbe “atteso”, o difficilmente accertabile. Ma “atteso” non vuol dire immaginario. È una condizione clinicamente definita, diagnosticabile, valutabile secondo criteri condivisi. La medicalità non coincide con una lastra positiva. Coincide con una disfunzione reale, persistente, coerente.

Alla fine, il nodo non è tecnico. È concettuale.

Se accettiamo che il danno biologico sia la compromissione dell’integrità psico-fisica, dobbiamo accettare che l’integrità passi anche – e soprattutto – dal funzionamento degli organi. Anche quando non sanguinano. Anche quando non si vedono.

Forse la domanda giusta non è se il dolore neuropatico possa rientrare nel danno biologico.
La domanda è se siamo pronti a riconoscere che la funzione, quando viene meno, è già di per sé una lesione.

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