Nel mondo del lavoro esiste una forma di invalidità che spesso non viene riconosciuta finché non diventa “un problema”.
È il dolore neuropatico.
Non è “dolore più forte”. Non è fragilità. Non è stress.
In molti casi è una disfunzione organica del sistema nervoso, talvolta conseguenza di un trauma, che può cronicizzarsi e incidere in modo diretto sulla capacità di vivere e lavorare.
Il punto centrale è questo: il dolore neuropatico non è solo sofferenza. È perdita di funzione.
E nel lavoro la perdita di funzione non è un concetto astratto: significa non riuscire più a reggere posture e movimenti ripetitivi, consumare energie in modo sproporzionato rispetto allo sforzo, vedere peggiorare il sonno e, con esso, la lucidità, la concentrazione e la performance. Significa vivere l’intera giornata lavorativa come una resistenza continua.
Quando questi effetti si sommano, la persona non “sceglie di assentarsi”: spesso non regge più.
E ciò che viene chiamato assenteismo, in molti casi, è semplicemente l’esito di una condizione non riconosciuta e non presa in carico.
In questi mesi si parla molto di infortuni sul lavoro, e va bene così.
Ma c’è una parte meno raccontata: gli esiti cronici, quelli che non finiscono con la dimissione o con la ripresa apparente. Alcuni eventi traumatici non producono soltanto una lesione: possono aprire una disfunzione che dura anni, con conseguenze profonde sul piano personale, lavorativo e sociale.
E quando il dolore non è visibile, il rischio è sempre lo stesso: che venga interpretato come esagerazione, come scarsa resilienza, come colpa.
È qui che nasce il danno più ingiusto: non solo clinico, ma anche sociale.
Nevra lavora per ribaltare questo paradigma.
Riconoscere il dolore neuropatico come condizione reale e potenzialmente invalidante significa costruire percorsi di cura e tutela più concreti, e soprattutto una cultura capace di distinguere tra “lamentela” e disfunzione.
Perché una società che non sa vedere l’invalidità invisibile finisce per negarla.
E quando l’invalidità viene negata, il lavoro smette di essere un diritto: diventa una prova quotidiana.