Nel linguaggio comune la parola “dolore” evoca il lutto, l’afflizione, il patimento dell’animo. Nel linguaggio clinico indica invece un sintomo e, nel caso del dolore neuropatico, una condizione patologica a sé: la conseguenza diretta di una lesione o di una disfunzione del sistema nervoso somatosensoriale, con una propria fisiopatologia, propri criteri diagnostici, un proprio decorso.
Questa omonimia non è innocua. Quando il dolore neuropatico entra in un procedimento, il rischio è che venga letto attraverso la parola e non attraverso la clinica: che sia percepito come vissuto soggettivo, come patimento interiore, e finisca ricondotto alla componente morale del danno anziché a quella biologica, cioè alla lesione dell’integrità psicofisica accertabile in sede medico-legale.
Le due componenti non sono fungibili. La sofferenza interiore è un pregiudizio reale e risarcibile, ma è un’altra cosa. Il dolore neuropatico cronico è un dato patologico: si indaga con l’anamnesi, con l’esame neurologico, con strumenti validati, talvolta con l’indagine neurofisiologica; si distingue dalle altre forme di dolore; incide sul sonno, sulle funzioni cognitive, sulla capacità di lavorare. Trattarlo come una modalità del soffrire significa sottrarlo al metodo con cui si valuta ogni altra lesione.
La questione, dunque, è prima di tutto di linguaggio. Una perizia che non nomina il dolore neuropatico come condizione clinica rischia di non valutarlo come tale; una motivazione che lo confonde con il patimento rischia di liquidarlo per ciò che non è.
Ai colleghi neurologi, medici legali e avvocati che si occupano di danno alla persona: nella vostra esperienza, il dolore neuropatico viene oggi riconosciuto e valutato come lesione biologica, o resta troppo spesso assorbito nella dimensione soggettiva del danno?