Chi si occupa di danno alla persona lo sa: la qualità di una perizia dipende in larga parte da chi la firma. Eppure, quando il tema è il dolore neuropatico, questa dipendenza diventa quasi decisiva — e raramente se ne parla apertamente.
Il dolore neuropatico non lascia segni facili da misurare. Non è una frattura visibile su una lastra, non è un deficit motorio che si osserva a occhio nudo. Richiede una competenza specifica per essere riconosciuto, distinto da altre forme di dolore, e correttamente inquadrato ai fini della valutazione del danno. Eppure quanti CTU nominati nei procedimenti che coinvolgono questo tipo di danno hanno una formazione mirata sulla materia?
La domanda non è retorica. Se il perito non ha gli strumenti per riconoscere un quadro di dolore neuropatico, il rischio concreto è che venga sottostimato, ricondotto a categorie più generiche, o addirittura non rilevato — con conseguenze dirette sulla liquidazione del danno e, prima ancora, sulla vita di chi quel dolore lo vive ogni giorno.
Non è una critica alla categoria dei consulenti tecnici, ma una domanda che riguarda la formazione: quanto è diffusa, oggi, una preparazione specifica sul dolore neuropatico tra chi viene chiamato a valutarlo in sede giudiziaria? E chi lavora sul campo — medici legali, neurologi, avvocati — che esperienza ne ha?